Recensione Cloud Catchers e Anime di Cristallo

di Laura Di Giuseppe

Silvia Mariotti, Anime di Cristallo, MACTE, 2026. Foto: Gianluca Di Ioia
Ingrid Hora, Cloud Catchers, MACTE, 2026. Foto: Gianluca Di Ioia
Silvia Mariotti, Anime di Cristallo, MACTE, 2026. Foto: Gianluca Di Ioia
Ingrid Hora, Cloud Catchers, MACTE, 2026. Foto: Gianluca Di Ioia
Silvia Mariotti, Anime di Cristallo, MACTE, 2026. Foto: Gianluca Di Ioia
Ingrid Hora, Cloud Catchers, MACTE, 2026. Foto: Gianluca Di Ioia
Silvia Mariotti, Anime di Cristallo, MACTE, 2026. Foto: Gianluca Di Ioia
Ingrid Hora, Cloud Catchers, MACTE, 2026. Foto: Gianluca Di Ioia

Nella sala rotonda del museo dei ragazzini lanciano una bottiglietta d’acqua nel deserto del Marocco cercando di farla cadere in piedi. Una water bottle flip challenge che diventa immagine di un mondo in bilico tra crisi climatica e innovazione scientifica, intesa come tentativo di ristabilire un equilibrio ormai distrutto. Il lavoro sviluppato in Marocco da Ingrid Hora prende le mosse da alcune sperimentazioni in corso in aree come la città di Barcellona e la catena montuosa dell’Anti-Atlante, dove la tecnologia delle fog fences viene impiegata per raccogliere le gocce condensate nella nebbia: “Le nuvole sono ancora lì ma non rilasciano più la loro acqua. Per questo sono gli umani a salire verso di loro”. L’intera video-installazione è permeata da un’attenzione alla dimensione mitica e antropologica nella lettura delle conseguenze dei cambiamenti climatici. L’artista attinge dalla mitologia greca, alpina e marocchina per creare un racconto del rapporto tra l’uomo e le risorse naturali che si confronta con le dichiarazioni di scienziati, ricercatori e psicologi del clima. Queste voci femminili e corali interpretano una rapida successione di immagini tratte dai social media e dalle piattaforme scientifiche, dove siccità, alluvioni e scioglimento dei ghiacciai sono accompagnati da coreografie sincopate, espressione del bisogno di una risposta collettiva a un sempre più diffuso sentimento di ansia climatica. A questa risposta l’artista sembra auspicare attraverso la presenza sia nel video che nella sala di uno degli esemplari dell’opera Raccolta, parte del più ampio progetto Collective Effort. Si tratta di impronte lasciate su cilindri di argilla stretti attorno alle due estremità di una corda: un gesto simbolico che si richiama ai valori della fiducia e della collaborazione nel far fronte insieme alle sfide della nostra società e del nostro pianeta. Attorno all’installazione video a tre canali sono stati allestiti alcuni elementi impiegati nella sua realizzazione, come le ocarine e i semi dell’albero del Drago, posti in dialogo con dei recipienti in terracotta che alludono alla pratica di raccolta e conservazione dell’acqua, spesso arricchiti da simboli presenti sulle abitazioni dei villaggi marocchini. Ispirandosi a conoscenze legate a specifici contesti territoriali, in Cloud Catchers, curata da Emanuele Guidi, Hora mette insieme video, performance e scultura per creare un’occasione di riflessione attorno a un tema di portata globale come la crisi delle risorse idriche.

Una declinazione diversa ma complementare dell’indagine sul rapporto tra l’essere umano e il suo ambiente è invece offerta da Anime di Cristallo, curata da Matilde Galletti. Punto di partenza dei lavori presentati è stata la residenza artistica nelle isole Azzorre, dove Silvia Mariotti è entrata in contatto con la realtà complessa e stratificata delle importazioni di piante extraeuropee in Portogallo durante l’epoca coloniale. Le peculiari condizioni geologiche e climatiche di questo territorio, unite alla resilienza della natura, hanno fatto sì che questa vegetazione alloctona continuasse a crescere e ad espandersi spontaneamente, diffondendosi in tutto l’arcipelago ed entrando a far parte dell’identità locale. Un fenomeno che, benché in misura diversa, caratterizza la storia di molti Paesi. La ricerca di Mariotti si inserisce infatti in un più ampio discorso portato avanti da molti artisti contemporanei, relativo alla diffusione dei semi, agli spostamenti compiuti nei secoli dalle piante e alle ripercussioni sociali e culturali di questo fenomeno. Il focus dell’artista non è tuttavia tanto su questi aspetti, quanto piuttosto sull’adattività, sulla capacità della natura di trasformarsi per rispondere alle mutazioni di contesto volute dall’uomo. Avvalendosi dell’aiuto dell’ingegnere ambientale Andrea Turolla, Mariotti ha prelevato dei campioni dal territorio azzorriano, impiegati da un lato per lasciare la propria impronta sulle cianotipie, dall’altro per popolarle attraverso la proliferazione sulla superficie di conformazioni batteriche e fungine. Il risultato sono paesaggi immaginifici che si sviluppano e deteriorano nel tempo, frutto di un processo innescato seguendo metodologie scientifiche ma davanti al quale gli artefici si pongono come spettatori essi stessi, non controllandone in alcun modo gli esiti. Le fotografie di questi micro-ecosistemi sono state stampate su dibond e tessuti nella prima sala, bloccando nel tempo un qualcosa di altrimenti destinato a scomparire. Nella seconda sala una teca, delle cianotipie e delle fotografie della flora azzorriana ricostruiscono il laboratorio dell’artista, dove nella teca i visitatori potevano assistere alla crescita di questi organismi, riflettendo sulle peculiari origini della ricca biodiversità con cui l’artista si è confrontata. Le ceramiche nella seconda e terza sala sono invece legate alla rilettura del pensiero del biologo e filosofo Haeckel, per il quale anche ciò che è inorganico possiede una forma di intelligenza. Presentate singolarmente o integrate con neon ed elementi metallici, queste ceramiche sono state realizzate in collaborazione con la restauratrice Maria Facchinetti. Come per le cianotipie, anche in questo caso sono stati creati i presupposti per l’alterazione della materia attraverso l’attivazione di reazioni chimiche, che hanno dato luogo ad incrostazioni, cristallizzazioni e cromatismi poi preservati attraverso quelle stesse sostanze solitamente utilizzate per la conservazione del materiale. Viene così stabilito un dialogo tra naturale e artificiale, creando ecosistemi ibridi biologici e minerali in cui tanto la materia organica quanto quella inorganica rispondono alle condizioni cui vengono sottoposte dall’uomo.

Partendo da approcci diversi, Cloud Catchers e Anime di Cristallo propongono un ripensamento del ruolo passivo assegnato alla natura, invitando ad una maggiore presa di consapevolezza dell’impatto delle azioni umane su di essa.