Tra espansione e contrazione: tre proposte per il Premio Termoli
di Alessandra Troncone

Tra le tante voci che emergono in questa LXIII edizione del Premio Termoli – cui si deve, grazie alla sua storia decennale, la capacità di intercettare umori e direzioni dell’arte in Italia – il ritornello di fondo sembra delineare una rinnovata urgenza di guardare al rapporto io-mondo, in un momento storico di grandi cambiamenti che ci impone di prendere coscienza della sua complessità e mutevolezza. Gli artisti da me invitati per questa edizione del Premio, pur nella diversità di poetiche e linguaggi, si prestano in tal senso a incarnare tre direzioni possibili, che tuttavia, piuttosto che procedere parallele, si incrociano in più punti.

Molti artisti negli ultimi anni hanno guardato alla ceramica, materia antica dalle molteplici potenzialità espressive; Diego Cibelli l’ha eletta ormai da quasi dieci anni quale materiale privilegiato della sua ricerca artistica, acquisendo una notevole abilità tecnica nella lavorazione, che gli consente di utilizzarla in tutte le sue forme, dalla terra alla porcellana. La lunga tradizione delle manifatture di Capodimonte ha giocato un ruolo determinante nell’indirizzare la ricerca dell’artista a scandagliare la storia – con un’attenzione specifica all’era borbonica nell’Italia meridionale – per estrapolare immagini, riferimenti, suggestioni utili a reinterpretare il nostro presente e, forse, ad anticipare il futuro. Guidato da un’idea estesa della definizione di “paesaggio”, riconducibile non solo alla componente prettamente naturalistica ma anche a quella urbana e domestica, Cibelli esplora nelle sue opere intersezioni, slittamenti, stratificazioni geografiche e temporali, non avendo paura di mescolare materie molto diverse (ad esempio, la bianca porcellana con le riproduzioni digitali) con un approccio narrativo che vive di una meticolosa e affascinante attenzione al dettaglio, alla ricerca della Devozione della cura – come recita il titolo dell’installazione candidata al Premio. Così il tema della trasformazione, della sintesi tra corpo umano e natura che afferra l’attuale riflessione sul postumano, si fa sguardo universale declinato nella ricchezza di singoli particolari: all’esplosione del paesaggio, frammentato nei suoi elementi costitutivi, segue la ricomposizione, l’incontro e la fusione, in un tempo indefinito dove passato e futuro si intrecciano come i candidi rami delle sue composizioni.

Ai dettagli guarda anche Chiara Enzo, in un moto di inversione che segna il ripiegamento verso un universo più intimo, circoscritto. Come indizi di un’unica scena da ricomporre, i suoi dipinti di piccole dimensioni realizzati a tecnica mista indagano l’aspetto del perturbante, nel quale frammenti corporei e oggetti quotidiani acquistano una capacità di trasfigurazione fino a farsi presenze aliene, tanto precise quanto ambigue. La pelle diventa in questo senso un confine liminale, non solo tra il corpo e l’esterno, ma anche tra una dimensione conosciuta e una inafferrabile: un paesaggio che mostra solchi geometrici, segni e arrossamenti, pieghe come marchi a fuoco. Colli, mani, piedi, dita diventano elementi da osservare in dialogo con oggetti domestici: lo scarico di un lavandino, una presa elettrica, un letto disfatto. Un mondo di parole non dette si dispiega in queste figure enigmatiche, che solo in rari casi riportano a un’identità precisa: il dittico Strettamente legati è uno di questi, un omaggio alla figura materna dormiente (Il profilo di mia madre) che si sposa con un’immagine ravvicinata di un brano di pelle costellata da piccole macchie cutanee (Transito), tentativo di andare oltre, di cercare un contatto, forse di legarsi per sempre.

Lavorando sul concetto di margine, inteso non solo come luogo fisico ma come spazio mentale, Eugenio Tibaldi si concentra sulle tracce in grado di raccontare una storia, individuale nelle sue premesse ma potenzialmente condivisa nei suoi sviluppi. Sondando il reale nelle sue coniugazioni periferiche, arriva a coglierne i suoi principi basilari: gli oggetti, le relazioni. Nell’opera Architettura dell’isolamento, presentata nella mostra personale presso la Tenuta dello Scompiglio a Lucca, l’artista recupera i volumi di una vecchia enciclopedia da un appartamento signorile nel centro di Torino. Sono beni che afferiscono alla collezione di un individuo serratosi in casa per anni, solo con le sue ossessioni e migliaia di libri. Praticando un rifiuto del mondo esterno, questa persona costruisce entro le pareti domestiche un habitat basato sull’accumulo opprimente di oggetti, che recuperati da Tibaldi creano nuove strutture di senso. Quasi per magia, attraverso il lavoro parimenti ossessivo dell’artista che scolpisce questi volumi uno per uno dando loro la forma frastagliata di catene montuose, la sequenza restituisce il profilo immaginifico delle Alpi. Un gioco di proiezioni che da mentali si fanno paesaggistiche, operando sull’ambiguità del confine interno-esterno nella ricerca di una possibile sintesi formale ed emotiva.

Ecco quindi che nella diversità di queste proposte torna un movimento a fisarmonica che si esprime in espansione e contrazione, proiezione esterna e interna: un diaframma in continuo movimento nel quale convergono riferimenti culturali e biografici, racconto intimo e universale. Le figure umane che si trasformano in sostanze vegetali come in uno dei versetti delle Metamorfosi di Ovidio; il profilo di una madre addormentata associato a una pelle segnata, di cui si individuano tutte le imperfezioni; l’accumulo maniacale e morboso che inaspettatamente si fa bellezza: tre idee di corpo e di paesaggio, tre possibili incontri tra il microscopico e il macroscopico nei quali la ricerca del dettaglio assume senso e significato ma sempre in una visione complessiva e sintetica. Un invito a rappresentarsi nella propria relazione con il mondo e a prendersi cura di sé e del mondo, ricercando nel dialogo tra introiezione e rappresentazione la chiave di racconto del nostro tempo presente.